





È possibile definire Giuseppe Tucci (Macerata, 5 giugno 1894 – San Polo dei Cavalieri, 5 aprile 1984) in molti modi diversi: studioso, esploratore, archeologo sono solo alcune delle parole che possono descrivere questa figura complessa. La sua intensa attività di ricercatore, promotore e organizzatore lo rese senza dubbio uno degli orientalisti più autorevoli e una figura centrale nel panorama culturale italiano del Novecento.
La sua curiosità intellettuale, la sua fine intelligenza e versatilità, unite alle straordinarie competenze linguistiche, lo portarono ad approfondire numerosi campi di studio e a investigare le culture dell’Asia Centrale, Meridionale e Orientale, concentrandosi su storia, archeologia, linguistica, filosofia, storia delle religioni e storia dell’arte — solo per citare le principali discipline a cui si dedicò.
Tra il 1928 e il 1954 compì numerose spedizioni di esplorazione in Tibet (otto, dal 1928 al 1948) e in Nepal (sei, tra il 1929 e il 1954).
La spedizione di Giuseppe Tucci del 1948 rappresentò una delle ultime grandi missioni scientifiche in Tibet, realizzata poco prima dell’occupazione cinese del 1950–1951. Organizzata dall’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, l’impresa mirava a una documentazione sistematica di un mondo culturale prossimo a profonde trasformazioni.
La spedizione aveva come finalità lo studio del buddhismo tibetano nelle sue espressioni dottrinali e rituali; le ricognizioni archeologiche di monasteri e siti storici; la documentazione di arte, architettura e iconografia sacra; la raccolta di manoscritti e testi rari; nonché l’osservazione della società tibetana tradizionale nel suo contesto religioso, sociale e culturale. Attraverso il contatto diretto con i luoghi e con le comunità monastiche, Tucci poté raccogliere dati di straordinaria importanza documentaria, restituiti - oltre che dai documenti fotografici - in numerosi articoli accademici e diverse pubblicazioni.
Gli scatti realizzati durante le spedizioni himalayane furono inizialmente eseguiti da Tucci stesso e da sua moglie Giulia Nuvoloni (1925–1932). In seguito furono realizzati da fotografi esperti che si unirono alle spedizioni con l’obiettivo di documentarle: Eugenio Ghersi (1933 e 1935), Felice Boffa Ballaran (1939) e Francesca Bonardi (1952 e 1954).
Durante la Rivoluzione culturale (1966–1976), in Tibet numerosi templi, monasteri e opere d’arte furono oggetto di ampia distruzione e profanazione. Furono avviate campagne di vandalismo contro i monasteri e altri simboli dell’antico patrimonio culturale tibetano, con l’obiettivo di eliminare le tracce della tradizionale religione e identità culturale della regione.
Dal 1950 — anno in cui il Tibet fu invaso dall’Esercito Popolare di Liberazione cinese, segnando la fine della sua indipendenza e l’inizio del controllo cinese — quasi tutti i monasteri tibetani, oltre 6.000, molti dei quali secolari, furono distrutti dalle Guardie Rosse.
Gli Archivi Fotografici condividevano la sede di Palazzo Brancaccio a Roma con il Museo Nazionale d’Arte Orientale, aperto al pubblico nel 1958. Oltre a documentare le attività scientifiche di IsMEO — incluse le missioni archeologiche italiane e le spedizioni himalayane di Tucci — essi registravano anche la provenienza dei reperti e delle opere d’arte esposti nel museo.
Nel 2017, quando il Museo Nazionale d’Arte Orientale (intitolato a Giuseppe Tucci dal 2005) fu incorporato nel neonato Museo delle Civiltà e trasferito nel quartiere EUR, anche gli Archivi Fotografici furono trasferiti insieme alle collezioni e ai materiali museali.